FiguralMENTE: figurativismo materico e spazialismo concettuale di Giusi Sereno

Esistono affinità che ci permettono di condividere idee, pensieri, emozioni e talvolta capita il privilegio di raccontare le esperienze vissute attraverso una mostra di un’amica.

Una mostra che ci invita a compiere un percorso nella psiche per cogliere le fragilità umane, per spingerci ai confini del tempo e dello spazio scoprendo l’instabilità del nostro apparente equilibrio.

 

Amore, morte, follia sono i temi che si intrecciano indissolubilmente nell’opera di Cristina.

La sua arte si configura come una modalità della riparazione, nella quale si coglie la necessità di riparare le offese e gli insulti della realtà spesso faticosa, ostile, a tratti incomprensibile. Ci troviamo di fronte ad un io inteso come soggetto autobiografico di un determinato e particolare vissuto che si muove, con estrema maestria, tra realismo ed astrazione.

Da un lato, una soggettività espressa mediante un figurativismo materico, dall’altro una soggettività concepita dolorosamente come pura intelligenza di sé, esito di una raffinatissima riflessione che si esprime nell’astrazione più assoluta. Ed è così che tra personaggi policromi, figure in bianco e nero, colate di acrilici e strati di dense materie si arriva a quello che Cristina stessa definisce l’atto liberatorio inteso come estenuante processo di elaborazione critica della realtà.

La mostra si snoda attraverso tre sale: IeraticaMENTE, FragilMENTE, MarginalMENTE

IeraticaMENTE

Il recupero di una spazialità arcaica, dal vibrante cromatismo, dà vita a personaggi austeri capaci di svelare l'esistenza di un mondo parallelo che sfugge alle dure leggi della realtà. Gli amanti si guardano, non si sfiorano, proiettati in una dimensione ultraterrena, vivono un eterno presente e si ergono testimoni di un tempo di passioni destinato a restare, vergato nell’animo.

La gestualità bloccata, quasi ieratica e il vuoto delle larghe campiture concorrono a definire lo spazio interiore che si fa materia attraverso la resina e il catrame per dissolversi nel colore. Immobili, muti, gli amanti ci invitano ad ascoltare il loro eloquente silenzio mentre la nostra immagine si riflette in una piccola porzione di specchio (Moira, 2005).

Ed è la magia dell’arte che si perpetua: siamo nell’opera, ne facciamo parte e il rigore delle geometrie ci trattiene come d’incanto.

FragilMENTE

La visita compiuta in un ex ospedale psichiatrico ha permesso a Cristina di considerare quella sottile linea immaginaria che separa i comportamenti ritenuti normali da quelli definiti anomali.

Tra i lunghi corridoi dei padiglioni del nosocomio, ascoltando racconti di chi ha visto, sentito, vissuto le sofferenze di anime perse in deliri, talvolta indotti, nasce l’elaborazione di un linguaggio figurativo dalla sintassi chiara, lineare, limpida, cristallina. Dalla descrizione di ambienti inquietanti, di spazi ampi, vuoti, lugubri documentati da ritmiche sequenze di polaroid, si passa alla lucida analisi della sofferenza causata dalla fragilità della mente.

Hablo (2006), Tutto attraverso me (2007), Inumeri (2007), ci parlano della violenza, del dolore interiore, a volte bisbigliato, altre urlato, il più delle volte taciuto, trattenuto in infiniti segreti silenzi.

Il bianco e nero, rotto da sprazzi di rosso, esprime il tetro grigiore di esistenze rassegnate ad accettare scomode convenzioni propinate come verità di un mondo nel quale, in realtà, tutto è relativo. Dentro del 2007, come una veduta dall’alto, ci permette di osservare la mente di chi è dentro le mura ma fuori dai confini, dentro il proprio io ma fuori dal mondo. Tutto attraverso me del 2007, l’unica installazione esposta, esprime il disagio di chi, inerme, subisce passivamente il frastuono di un mondo ormai lontano, sconosciuto e incomprensibile. E intanto fuori, al di là di una vetrata, Il totem dei nani (2007) simbolo dell’innocenza perduta ci ricorda come basti poco a capovolgere la realtà e di come, in fondo, tutto sia relativo.

MarginalMENTE

Alcune esperienze forti indicano a Cristina, attraverso l’elaborazione del lutto, un modo nuovo di esprimere la paura di fronte all’inevitabile fine. Il ricorrere a materiali come legno, resina, smalti, catrame significa compiere un atto di rifiuto del piacevole e del bello. Non c’è nulla di piacevole e di bello nella morte fisica, nello strazio del dolore se non la possibilità di una lenta ri-nascita come se si fosse rigenerati una seconda volta. La morte può anche essere pensata come potenza generatrice.

In Parto in guerra (2006) ci troviamo di fronte al soccombere della violenza, portatrice di morte, alla volontà della vita che nasce fra macerie di una vulnerabile città in decomposizione. Pensieri ai margini (2001) ci porta a considerare una stagione di materismo con l’uso di spesse stratificazioni, talvolta veri e propri rilievi di colore e ai lati parole, pensieri che scivolano frenetici lasciando tracce di una memoria consapevole. Il connubio parola – immagine favorisce il rapporto biunivoco fra significato inteso come concetto, e significante inteso come senso della forma, trovando un giusto equilibrio fra idea e gesto, pensiero e grafia, verbo e spazio materico.

Giusi Sereno

10 maggio 2007

Per la Mostra "Fragile", Spazio Savigliano

figuralmente giusi sereno 2

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